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Triplo Haiku imperfetto

sotto l’albero
una vita non basta
condividiamo?

sopra la croce
un nome è già tanto
e due troppi

al piano forte
la prima nota nera
poi luce bianca

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Your halo slippin down

Se corri, pensi solo a mantenere il fiato, a portare una gamba davanti all’altra, e così via. Ma se ti fermi? Improvvisamente, realizzi una terribile verità.

Ci sono cose nella vita che cambiano. Altre, non cambieranno mai.

Piegato da una rivelazione tanto semplice quanto amara. Piegato perché non è una rivelazione.

But I’m more than just a little curious
How you’re plannin’ to go about makin’ your amends
To the dead
To the dead

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Nella città senza nome è notte fonda, e si odono solo i miei passi. Mi accascio, infreddolito, e muoio. È una sensazione bellissima. Le voci nella mia testa smettono di urlare con tutto il loro furore. Nemmeno i passi ora, solo il rumore del vento tra i palazzi. Muoio in un vicolo, e c’è puzza di piscio di gatto, ma come godo! Da qualche altra parte, un bambino rinasce! Succede così nella città senza nome: un vecchio muore, ma un bambino vive! Tutto diventa magnificamente annebbiato, e mi immagino già a danzare, finalmente a danzare! Le luci si abbassano, le palpebre si chiudono, ed esalo l’ultimo respiro.

Mi sveglia il rumore del netturbino  che spazza i cocci delle bottiglie. “Cazzo!” mi dico, anche stavolta. Le voci nella mia mente ricominciano a parlarmi, stavolta sussurrando. Tanto lo so, ora di stasera urleranno di nuovo. E così mi trascino verso casa. Un nuovo giorno è sorto, ma io sono già stanco. E per morire devo aspettare fino alla prossima notte.

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Mi piace pensarci così: zaino in spalla, alla ricerca di un buono scatto. Non importavano le condizioni meteo, che fosse giorno o sera. Le nostre  “balades photos” erano irrinunciabili. Dio sa quanto abbiamo parlato, quanto abbiamo condiviso. E alla fine, ti ritrovi a pensare che non basta mai. Quante cose avremmo potuto fare? Quanti pensieri avremmo potuto condividere? Troppi per una vita sola, pochi per il tempo che ci è stato concesso. Ricordo ancora la mia prima lettera, ed il nostro ricongiungimento. Eravamo così felici. Mi hai ridato la vita e la speranza, e forse non te l’ho mai detto. Se per me è mai esistita una casa, beh quella era proprio a Parigi, una città che mi ha dato così tanto, e che mi ha portato via altrettanto. E se mai ho avuto una famiglia, quella eri proprio tu. Legati così indissolubilmente da un dolore ed un amore così profondo, da quella meravigliosa cicatrice il cui segno non va via. Ed ora? Manco a dirlo, mi manca la terra sotto i piedi. Mi ritrovo nuovamente ad osservare con lo sguardo perso, di nuovo quel profumo, di nuovo quelle voci. Se c’è davvero un senso in tutto questo, io non lo capisco. Eppure, mai come ora diviene chiaro il significato della Fede. Perché quel che è certo è che questa rosa chiamata vita è davvero piena di spine, ma cosa ne può eguagliare il profumo?

Non prendertela se ti dico che ti invidio perché, come dice Gibran: “quando la terra esigerà le vostre membra, solo allora danzerete veramente”. È un desiderio represso che riemerge nei momenti di malinconia, di cui questa breve lettera è intrisa.

Ti saluto, hai già ripreso il cammino. Questa volta non posso venire con te e Dio sa quanto mi dispiace, perché non mi basterebbero un milione di vite per poter fare una foto bella quanto le tue, e due milioni non varrebbero il piacere di riabbracciarvi. Mi piace immaginarti così, a passeggio su di un sentiero. Dopo la curva, c’è la donna che entrambi amiamo. Dopo quella curva, ogni cosa diventa chiara e limpida. Un abbraccio a tutti e due, un giorno ci reincontreremo.

Ale (il figlio che un padre non si meriterebbe)

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Where to?

Ma voi, figli dello spazio, irrequieti nel riposo, voi non verrete né intrappolati, né domati.
la vostra casa non sarà l’áncora, ma l’albero della nave. Non sarà una lucente membrana che nasconde una piaga, ma una palpebra che protegge l’occhio.
Voi non piegherete le vostre ali per varcare la soglia, né chinerete il capo per non urtare contro il soffitto, né tratterrete il respiro per paura che i muri si fendano e crollino.
Voi non abiterete in tombe fatte dai morti per i vivi.
E nonostante magnificenza e splendore, la vostra casa non tratterrà il vostro segreto, né proteggerà il vostro desiderio.
Poiché ciò che in voi è sconfinato dimora nel palazzo del cielo, la cui porta è la bruma mattutina, e le cui finestre sono le poesie e i silenzi della notte.

A volte vorrei davvero capire il significato della parola figlio. Non mi sono mai sentito tale. Mi sento vecchio, altro che figlio. Vorrei poter comprendere cosa significa il termine casa. Non ce l’ho mai avuta.

Tutte bugie. Sono stato figlio e ho avuto una casa. Solo che è stato tanto tempo fa. Forse troppo.

Vorrei avere delle risposte, questo si.

O forse no?

Forse, se avessi le risposte la mia vita non sarebbe quello che è. E io amo la mia vecchiaia, nel bene e nel male.  In fondo, è la commistione di bene e male a rendermi ciò che sono.

Il frutto non può di sicuro dire alla radice “Sii come me, maturo e carnoso, e dona sempre la tua abbondanza.”

Poiché come il frutto ha necessità di dare, la radice ha necessità di ricevere.

Foto: Fading Away di Gilad Benari.

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Tigre! Tigre!

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
nelle foreste della notte,
quale fu l’immortale mano o l’occhio
ch’ebbe la forza di formare la tua terrificante simmetria?

In quali obissi o in quali cieli
accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano osa afferrare il fuoco?

E quali spalle, quale arte,
poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano? Quale tremendo piede?

Quale la mazza? Quale la catena?
In quale fornace fu il tuo cervello?
Quale incudine? Quale morsa robusta
osò serrarne i terrori funesti?

Quando gli astri tiravano alla terra le loro lance,
Ed empivano il paradiso coi loro pianti,
sorrise osservando il suo lavoro compiuto?
Chi creò l’Agnello creò anche te?

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
nelle foreste della notte,
quale fu l’immortale mano o l’occhio
ch’osò formare la tua terrificante simmetria?

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Le note sono bianche
Le note sono nere
Da quando bianco e nero
formano
un arcobaleno?

Le note sono punti
Le note sono linee
In che modo punti e linee
creano
una meraviglia?

Le mani suonano piano
Le mani suonano forte
Solo l’uomo
può suonare
piano-e-forte

Le note bianche abbagliano l’anima
Le note nere imbrogliano i pensieri
Solo l’uomo può mescolarle
creando un emozione.

Il vecchio suona
il ragazzo piange.
E all’ombra di una sera
si unisce
il piano
al forte

il sorriso
al pianto

la mente
al cuore

il respiro
al silenzio

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Non ho la pretesa di raccontarvi cosa sia un Adunata Nazionale degli Alpini: potete trovare articoli in rete molto esaustivi. Vi posso dire invece che sono cresciuto nella terra dell’Adamello, teatro principale della Guerra Bianca. Vi posso dire che quelle genti nutrono per il corpo degli Alpini un rispetto profondo, perché con la loro vita hanno difeso quelle vallate, ed insieme ad esse i confini dell’Italia di allora.  E così anche io.  Ho camminato in mezzo a queste persone a Bergamo, ho bevuto con loro, ho cantato con loro, li ho visti sfilare colmi di fierezza. E guardando quei volti, non ho potuto evitare di commuovermi.

«  …Corro e busso alla porta di un’isba. Entro.
Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba, – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta, – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.
Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esservi stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere… »
[Mario Rigoni Stern]

L’album con tutte le foto dell’adunata? Lo trovate qui

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Ombra maledetta, assedia questa mente
resto qui seduto, resto ad osservare
di un corpo così debole, di un anima impotente
chi non posso odiare, chi non posso amare!

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Ludovico Einaudi

Ludovico Einaudi

Ho creduto doveroso attendere per descrivere il concerto di Ludovico Einaudi. Perché? Perché sarei finito a scrivere innumerevoli pagine su cosa ho provato, sulle emozioni, sulla sua musica, per poi probabilmente non riuscire a comunicare nulla di ciò che veramente è un suo concerto. Un po’ come il té va lasciato infondere per donare il suo aroma, così, a volte, anche l’inchiostro non va gettato con foga su un foglio di carta. Ma oggi tutto è grigio, oggi tutto è acqua, tutto è ruggine. Oggi sono pronto.

Si può descrivere l’amore? Si può descrivere la vita? Si può spiegare ad un bambino la metafisica? Verosimilmente no, ma probabilmente si. E allora sapete cosa vi dico? Ascoltate un concerto di Ludovico Einaudi, e scoprirete che siete ancora capaci di commuovervi, di viaggiare con la mente, e che sapete ancora ascoltare il battito del vostro cuore, il suono del vostro respiro.

Questo è Ludovico Einaudi. Questo è un suo concerto.

Non sapete chi è Ludovico Einaudi? Guardate

qui (wikipedia)

qui (myspace)

qui (sito ufficiale)

qui (youtube)

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